Di admin il 13 dicembre 2011 0 Commenti

Dodici successi in quattordici gare, il titolo nell’Eurocup Mégane Trophy, l’invito in Giappone per i test con la Nissan Gtr Gt1 sul circuito di Fuji, dove ha realizzato tempi pari a quelli del neo campione del Mondo Michael Krumm. Per Stefano Comini, 21 anni, è stato un anno da incorniciare e l’esperienza nipponica potrebbe regalargli la ciliegina sulla torta: “È andata molto bene, so di averli impressionati, ma sarà comunque difficile che ne nasca qualcosa perché gli interessi in gioco sono tanti”.
Come mai non è più ottimista?
“Le categorie Gt sono molto penalizzanti, la Gt1 non ci sarà più, per cui verrà molto rivalutata la Gt3, un campionato del mondo in cui la Nissan entrerà con un progetto clienti. Vale a dire che sono le squadre e i piloti a portare il loro budget, una possibilità che io non ho. In Ticino è difficile avere nuovi sponsor, l’unica soluzione sarebbe trovare un cosiddetto gentleman, un pilota con passione e molti soldi che vuole investire su qualcuno che faccia tempi veloci e sviluppi la macchina mentre lui corre per piacere”.
Se non dovesse riuscire nel salto di categoria, cosa farà l’anno prossimo?
“Nel peggiore dei casi tornerò nell’Eurocup Mégane Trophy, anche se non avrebbe molto senso. Questo è stato un anno incredibile, per cui potrei solo perdere. Non è una questione di motivazione, si corre sempre per vincere, ma basta un attimo per non farcela”.
Cos’è stato fondamentale per il trionfo in campionato?
“La sintonia tra squadra, pilota  e auto. Mi sembrava che fosse fatta appositamente per me, oltre alla Mégane ho guidato poche altre vetture, non avevo mai avuto un vero paragone. Ma poi con i test in Giappone ho scoperto che non è così. Pur sotto l’acqua, una condizione che odio, mi sono trovato subito a mio agio, lo hanno dimostrato anche gli ottimi tempi”.
Come è nata la sua passione per le corse?
“Già da piccolo giocavo sempre con le macchinine, poi a 6 anni mia madre un mercoledì pomeriggio mi ha portato a Magadino. L’anno seguente mio padre è tornato a casa con un kart d’occasione. Me lo ha regalato per riuscire a passare più tempo con me, dato che lavora molto. Così mi portava in pista e fungeva da meccanico. Da lì sono andato avanti per 10 anni, finché è diventato insostenibile: per un campionato europeo o mondiale ci sarebbero voluti centomila euro”.
Così ha abbandonato i kart…
“Sì, ma a differenza della maggioranza dei giovani non sono andato in Formula Renault 2000, bensì in Formula Cadetti con un 1200 a quattro marce. Non solo per questo mi definisco l’antipilota per eccellenza. Anche perché ancora adesso, nonostante non ci sia il pedale della frizione, continuo a frenare con il destro”.
In Formula Renault ci è comunque arrivato…
“Sì. Lì avevo il problema di essere più robusto degli altri, ciò influiva sulle performance. Si tratta comunque di un mondo particolare, difficile. Costa molto e se investi poco ottieni poco. Inoltre tutti quelli che vi corrono pensano di arrivare prima o poi in Formula 1. Io non sono mai partito da quell’idea, so benissimo che ci vogliono troppi soldi”.
Poi com’è andata avanti?
“Ho avuto la fortuna d trovare Jerry, il manager del Team Oregon. Ha visto subito che andavo forte e ha investito su di me. Il primo anno ho vinto la seconda gara e ho concluso al terzo posto il campionato, mentre il 2011 è stato semplicemente incredibile”.
Lei non è professionista, cosa fa per vivere?
“Sono impiegato nell’azienda di famiglia, la Comedil, come venditore, ma in pratica sono un tuttofare. Vivo con la mia ragazza ed economicamente non è facile. Anche per noi piloti è un momento pessimo, perché le aziende non sponsorizzano. Fortunatamente abbiamo amici e ditte che ci aiutano. Nell’ambito delle corse mi occupo anche del marketing, ad esempio delle mie brochure e del mio sito, Mio padre mi aiuta, soprattutto per i contatti. In ogni modo senza la famiglia e gli amici non sarei arrivato da nessuna parte”.
Come si allena per le gare?
“Con tanta palestra, molto cardio per asciugare il corpo e potenziamento, e seguo una dieta ferrea. Non mi alleno sulla macchina, senza soldi non è possibile, ma sopperisco con il talento e la capacità di adattamento. Il momento di relax per me è quando sono in pista”.
Come si descriverebbe come pilota?
“Sono un po’ un Peter Pan, mi piace scherzare. Riesco a essere serio e professionale nel momento in cui sono in auto con la visiera chiusa. Guido in modo molto intuitivo e sul piano tattico so leggere bene la pressione e metterla sugli avversari. In gara parlo moltissimo con il nostro ingegnere, Giorgio e mi diverto molto mentre corro”.
L’ambiente com’è?
“Gli altri piloti sono molto seri, tirati, non come me. Trovo che arrivare in pista la domenica sia una festa, come a Silverstone dove c’erano 15mila spettatori. Sono molto festaiolo, quando vinco amo anche fare un po’ di show”.
Qual è il suo sogno?
“Diventare pilota professionista, magari in Dtm, nella Le Mans Series o con la Nissan in Super Gt500 in Giappone. Non avrei problemi a spostarmi, andrei anche in Alaska per correre”.

DANIELA BLEEKE SOLLBERGER
Categorie: Curiosità, News, slide
  • RSS
  • Delicious
  • Digg
  • Facebook
  • Twitter
  • Linkedin
  • Youtube